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Giappone a Colori

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Giappone a colori

Hiroshige Utagawa I (1797-1858), senz’altro il nome più conosciuto tra gli artisti in mostra, è uno dei massimi rappresentanti della corrente dell’Ukiyo-e (letteralmente mondo fluttuante), nata e sviluppatasi durante il periodo Edo (1603 -1868). Hiroshige, noto per la sua ricchezza cromatica e per la sua capacità di trasmettere il sentimento della natura, fu l’artista che maggiormente influenzò gli impressionisti. 

In mostra oltre all’immancabile Fuji, le baie e i pescatori immersi nella calma e nella quotidianità della vita di villaggio, l’arrivo della sera raccontato attraverso uno straordinario arcobaleno,  le stagioni accolte e celebrate in ogni momento come nella festa di Tanabata, festa dell’estate e le prime luci dell’alba che affiorano a Yoshiwara, il quartiere dei piaceri di Edo. Blu di Prussia e turchese i colori predominanti, declinati in infinite sfumature secondo la raffinata tecnica del bokashi che permetteva di creare l’illusione di profondità.

Hiroshige II, (1826-1869) Ereditò il nome Hiroshige II in seguito alla morte nel 1858 del suo maestro Hiroshige, di cui sposò la figlia.

Le sue opere sono state spesso confuse con quelle del suo maestro, a cui assomigliano molto per stile, soggetto e firma. I primi studiosi occidentali li hanno spesso confusi. Tuttavia in alcune tavole la finezza dei dettagli è persino superiore a quella del suo maestro.

Successiva all’epoca Edo, l’era Meiji (1868-1912) fu uno dei periodi più movimentati della storia giapponese. In quegli anni infatti il Giappone vide la trasformazione dei suoi assetti politici, economici e culturali e raggiunse in tempi brevissimi il livello economico dei maggiori paesi industrializzati dell’occidente.

In campo artistico vennero introdotte tecniche e tematiche provenienti dall’Europa, a seguito di scambi e influssi con l’arte occidentale. Tre gli artisti  di questo periodo a cui rivolgiamo la nostra attenzione.

Kōno Bairei (1844 -1895), legato ancora alla tradizione classica, è noto soprattutto per le xilografie a soggetto Kacho-e (fiori, piante e uccelli). Presentiamo una raccolta di delicatissimi fiori, colorati a mano.

Tra i primi ad inserire alcuni aspetti dell’arte occidentale nel suo lavoro, fu Kodama Nagari (attivo dal 1850 al 1890) il quale realizzò coloratissimi pattern per kimono, di grande modernità.

Tsuda Seifu (1880-1978) si affermò fin da giovane come creatore di motivi decorativi floreali e geometrici, uno stile, il suo, estremamente raffinato che presenta molti punti di contatto con l’Art Nouveau .

L’ultima corrente artistica presente in mostra è quella dello Shin-hanga, anche detto movimento delle “nuove stampe” o neo Ukiyo-e: Hasui, Yoshida, Koson e Koitsu ne furono i massimi interpreti.

Siamo all’inizio del periodo Shōwa (1926 - 1989), gli artisti Shin-hanga creano uno stile che combina soggetti tradizionali ad un tratto moderno ispirato dall’impressionismo e dal realismo. 

Le loro opere, immerse in una luce soffusa, trasmettono una  visione nostalgica e romantica del Giappone valorizzando le radici rurali e l’architettura tradizionale che stava completamente sparendo dal paesaggio urbano di Tokyo e delle grandi città. 

La pioggia, la neve, albe e tramonti e notti tra soggetti favoriti. 

Ma è attraverso il riflettersi di questi elementi sull’acqua che raggiungono la loro massima espressione artistica.

Spesso le loro stampe erano molto complesse e prevedevano un’ampia gamma di colori. Per le xilografie più articolate, venivano incisi fino a 25 legni diversi.



TECNICA DELLA XILOGRAFIA GIAPPONESE TRADIZIONALE

La tecnica

La xilografia (dal greco xylographêin composto di ‘xilo’ e ‘grafia’; letteralmente ‘scrivere su legno’) è un procedimento di stampa in cui la matrice è costituita da una tavoletta di legno sulla quale si intaglia l’immagine desiderata. L’artista traccia sulla tavoletta l’immagine, quindi, con strumenti affilati, scalpelli e sgorbie, asporta le parti che vorrà bianche sul foglio, lasciando in rilievo quelle che riceveranno l’inchiostro. Dai solchi scavati emergono sottilissime e delicate lamelle. La matrice così preparata è pronta per ricevere l’inchiostro, si adagia la carta e si esercita una lieve pressione con un rullo. L’operazione ovviamente si ripete per ogni copia.

I grandi maestri dell’Ukiyo-e elaborarono verso la metà del 1700 una tecnica che permetteva loro di ottenere immagini a colori tramite più matrici. Mantenendo un registro perfetto venivano intagliate diverse lastre, una per ogni colore desiderato, quindi inchiostrate e stampate in successione sul medesimo foglio.

Matrici

Per la produzione delle matrici si utilizzava legno di ciliegio, per la sua capacità di rimanere stabile in condizioni di umidità, per la durezza che consentiva di stampare un considerevole numero di copie prima che le linee cominciassero a mostrare segni di usura, tuttavia, era abbastanza malleabile da consentire l’incisione di motivi sottili e complessi. Inoltre, nelle prime impressioni, era possibile trasferire sul foglio la caratteristica e bella venatura del ciliegio.

Gli strumenti

L’acciaio con cui venivano forgiati gli scalpelli e le sgorbie era modellato con la stessa tecnica utilizzata per la produzione delle katane, era un procedimento manuale lungo e faticoso nel quale l’acciaio veniva più e più volte ripiegato su se stesso, quindi lucidato fin quando la lama risultava perfettamente affilata.

La stampa

La matrice era ricoperta con un foglio di carta umido che veniva strofinato con un baren (spazzola in bambù) per facilitare il trasferimento del colore. Il baren è uno strumento a forma di disco piatto con una maniglia. Lo spazzolamento avveniva con movimenti circolari, sapientemente alternati e dosati dallo stampatore per ottenere interessanti effetti visivi durante il processo di stampa.

I colori

Durante il periodo Edo (1603-1868), i pigmenti utilizzati per questa tecnica erano di origine naturale. Dal il periodo Meiji in avanti, quando il Giappone aprì i propri confini, si cominciarono ad importare pigmenti chimici, dai colori più accesi e sgargianti.

La carta

La carta utilizzata, washi, veniva prodotta a partire da fibre di corteccia di gelso. Era una carta seppur molto sottile, sufficientemente robusta da resistere alla pressione del baren.