Porcellana giapponese di produzione corrente, destinata alla tavola di ogni giorno. Il decoro è sotto vetrina: il paesaggio è dipinto a pennello, mentre il motivo regolare del bordo è probabilmente ottenuto a stampo, un accostamento tipico delle manifatture giapponesi di quegli anni. Sul retro è impresso il sigillo della manifattura.
Le linee di rottura sono state risarcite con lacca urushi nera e rifinite con polvere d’argento secondo la tecnica maki-e.
La tecnica del kintsugi
Il kintsugi, termine che significa letteralmente “riparare con l’oro”, è una tecnica artistica tradizionale e una filosofia giapponese utilizzata per riparare oggetti in ceramica o porcellana rotti. Il materiale usato per la riparazione è la lacca urushi, estratta dalla pianta autoctona Toxicodendron vernicifluum; le linee di rottura vengono decorate con polvere d’oro o d’argento. La frattura non viene nascosta, ma messa in luce: la storia dell’oggetto, con le sue ferite, diventa parte della sua bellezza.
La storia: dagli scavi di Sakhalin
L’oggetto proviene dagli scavi (ex discariche, cantieri di costruzione ecc.) del sud dell’isola di Sakhalin. Dopo la guerra russo-giapponese del 1904-1905, con il Trattato di Portsmouth la parte meridionale dell’isola fu assegnata al Giappone: nel 1905 nacque la prefettura di Karafuto. Nell’agosto del 1945 l’Unione Sovietica invase Karafuto e nel 1946 tutti i giapponesi rimanenti furono rimpatriati. Costretti a partire, gli abitanti abbandonarono quasi tutto: le stoviglie di ogni giorno finirono nelle discariche o sotto le nuove costruzioni. Dopo quasi un secolo sotto terra, questi frammenti di vita quotidiana riaffiorano dagli scavi, e il kintsugi restituisce loro non solo la forma ma anche la voce: ogni riparazione racconta una storia di rottura e di rinascita.
Tatiana Khodyachikh (Bishkek, Kirghizistan 1976) è laureata in Lingue all’Università Statale di Penza (Federazione Russa) e vive a Torino dal 1999. Dal 2021 studia e pratica la tecnica kintsugi.
Domande frequenti
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